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Che cos’è l’ecoendoscopia

 style=Una metodica esplorativa del tubo digerente che associa l’immagine endoscopica ottenuta con sonde flessibili e la visione ecografica prodotta da un ecografo miniaturizzato collocato sulla punta dello strumento. L’ecoendoscopia è stata introdotta all’inizio degli anni ’90 per studiare dettagliatamente, portando all’interno del corpo una sonda ecografica, le pareti del tubo digerente oppure gli organi e le strutture anatomiche adiacenti. Abbiamo intervistato Emanuele Meroni, gastroenterologo, perché ci illustrasse le caratteristiche diagnostiche e terapeutiche di questa metodica.

Di che cosa si tratta?
Dalla bocca o dal retto viene introdotta all’interno del corpo una sonda con un ecografo miniaturizzato incorporato alla punta. L’ecografo emette ultrasuoni a frequenze molto alte, che penetrano poco nei tessuti, ma consentono di vedere nel dettaglio tutto ciò che c’è attorno: le pareti di esofago, stomaco, duodeno e retto, oltre a tutto quello che sta subito al di là di quelle pareti. Quindi l’ecoendoscopia diventa una metodica importante per studiare oltre alle patologie dell’apparato digerente, anche quelle del torace, delle vie biliari e del pancreas.

Per quali tipi di patologie viene utilizzata l’ecoendoscopia a fini diagnostici?
L’utilizzo principale dell’ecoendoscopia è la stadiazione dei tumori maligni del tubo digerente o degli organi circostanti. In aggiunta, essa permette la localizzazione e visualizzazione di lesioni benigne della parete esofagea, gastrica, duodenale, intestinale o delle vie biliopancreatiche. Allo stesso modo, l’ecoendoscopio può essere utilizzato per risolvere dubbi diagnostici a carico di strutture situate in prossimità del tubo digerente. Nei casi in cui sia necessario definire la natura delle lesioni, è possibile prelevare piccoli campioni di tessuto per mezzo di un sottile ago “pilotato” dall’ecografo miniaturizzato. Le cellule così raccolte vengono successivamente esaminate al microscopio per raggiungere una diagnosi precisa.

Come agisce terapeuticamente l’ago?
Le applicazioni terapeutiche della metodica sono indirizzate a patologie sia benigne sia maligne dell’apparato digerente. L’ago viene fatto passare attraverso la parete del tubo digerente per raggiungere strutture anatomiche adiacenti in cui iniettare farmaci. In questo modo è possibile procedere con la terapia del dolore cronico provocato, ad esempio, da un cancro del pancreas o da una pancreatite cronica: prima si localizza l’area responsabile della trasmissione del dolore (plesso celiaco), quindi si penetra con l’ago e si iniettano farmaci che bloccano o distruggono la trasmissione nervosa.

Altre possibili applicazioni terapeutiche?
È anche possibile drenare verso lo stomaco lesioni liquide come, ad esempio, pseudocisti del pancreas. Una procedura che in passato poteva essere eseguita solo chirurgicamente.
Si sta inoltre sperimentando la possibilità di decomprimere, mediante procedura ecoendoscopica, tratti del tubo digerente o delle vie biliari ostruite da tumori inoperabili.

Come avviene l’esplorazione?
Sotto il profilo tecnico, non si differenzia da un normale esame endoscopico. La procedura è però più lunga e complessa e per questo richiede una sedazione più profonda.

La preparazione del paziente
In caso di una ecoendoscopia diagnostica “alta”, il paziente deve presentarsi a digiuno. Invece, occorre preparare l’intestino con clisteri e purghe se si tratta di ecoendoscopia “bassa”. La procedura è rapida e va dai 10 minuti per l’esplorazione del retto, alla mezz’ora per lo stomaco o il pancreas. Questi ultimi vengono esplorati dopo premedicazione del paziente con anestesia locale e somministrazione di sedativi.
Nel caso invece di ecoendoscopia terapeutica, più lunga e indaginosa, occorre prevedere una copertura antibiotica, se esiste rischio d’infezione.

Dopo l’esplorazione?
Il paziente deve essere tenuto sotto osservazione fino a quando la sedazione ha esaurito il suo effetto. Quando la procedura è terapeutica, il monitoraggio deve essere protratto, per verificare che non si presentino complicanze.

E’ una procedura rischiosa?
Il fastidio più frequente, la sensazione di vomito durante dell’esame, è di poco rilievo e contrastato efficacemente dall’anestesia locale. Nel caso di agobiopsia, esiste anche la possibilità di complicanze locali (sanguinamento o infezione). Ma si tratta di eventi molto rari.

A cura di Marco Renato Menga

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