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Aneurisma, pericolo silente

E’ una malattia insidiosa e meno conosciuta che ha in Italia un’incidenza mediamente di 10-15 nuovi casi all’anno ogni centomila abitanti. Dopo il caso dell’attrice americana Sharon Stone, la cronaca di questi giorni ha di nuovo acceso i riflettori sugli effetti letali dell’aneurisma cerebrale, o meglio dello “scoppio” di questa sorta di bolla sulla parete di un’arteria nascosta all’interno del cranio. Oggi la diagnostica per immagini e la microchirurgia permettono di intervenire preventivamente sulla maggior parte degli aneurismi cerebrali. Ma le aspettative maggiori sono rivolte alla ricerca, impegnata a scoprire nuove metodiche diagnostiche in grado di individuare preventivamente il rischio di rottura di un aneurisma cerebrale.

Cos’è l’aneurisma cerebrale
Gli aneurismi cerebrali si differenziano da quelli addominali e toracici sia per l’origine di natura quasi sempre congenita, sia per la morfologia sacciforme determinata dallo sfiancamento della parete di un’arteria. Questa caratteristica comporta notevoli diversità nella tecnica chirurgica di intervento. Rappresentano anche una delle patologie più significative per capire come stia cambiando la neurochirurgia sotto il profilo della prevenzione: in Humanitas sono di competenza dell’Unità Operativa di Neurochirurgia e Neurologia.
L’aneurisma cerebrale, di per sé, può essere considerato una variante anatomica che non provoca alcun disturbo, visto che è diffuso nell’8-10 per cento della popolazione. Inoltre l’aneurisma non è accompagnato da sintomi clinici evidenti, e per questo motivo, fino ad alcuni decenni fa, veniva individuato con grande difficoltà. La patologia, fortunatamente, interviene in una percentuale limitata di casi, quando, a causa della rottura dell’aneurisma, si verifica un’emorragia. L’evoluzione di una emorragia da rottura di aneurisma cerebrale è quella di una malattia grave: circa un terzo dei pazienti decedono o restano invalidi allo stato vegetativo, un terzo hanno un recupero parziale, con disturbi neurologici non invalidanti, un terzo infine ha un recupero praticamente completo. Oggi, con le tecniche diagnostiche e le metodiche operatorie che sfruttano la microchirurgia, la mortalità chirurgica è contenuta fra l’1 e il 3 per cento, ma non sempre è possibile arrivare all’intervento, perché in un certo numero di casi l’emorragia è subito fatale o a rapidissima evoluzione.

Il ruolo della chirurgia
La chirurgia svolge un importante ruolo preventivo in questa patologia. Il chirurgo non è in grado di curare il danno istantaneo provocato dall’emorragia, ma può evitare una seconda emorragia, che di solito è fatale. Risultati migliori possono essere ottenuti intervenendo preventivamente su quella percentuale di popolazione portatrice di aneurisma cerebrale a rischio di rottura.
Una volta scoperta la presenza di un aneurisma cerebrale è molto difficile stabilire con certezza se esso evolverà, con il tempo, verso la rottura. E’ importante, quindi, non sottovalutare i segni clinici: sappiamo che l’emorragia, accompagnata da un mal di testa improvviso simile ad una pugnalata dietro la nuca, è preceduta da altri episodi analoghi di minore intensità, che regrediscono spontaneamente dopo qualche giorno e sono sintomo di microsanguinamenti d’allarme. Le ricerche più recenti hanno permesso di isolare alcune sostanze caratteristiche nella parete degli aneurismi, la cui presenza può essere individuata anche nel siero e in microframmenti di cute, e che potrebbe costituire un elemento predittivo. Un nuovo progetto di ricerca avviato dalla nostra U.O. prevede di studiare la popolazione considerata a rischio per individuare, attraverso l’analisi delle alterazioni del tessuto elastico dell’arteria e del sistema enzimatico che la regola, i portatori di aneurisma ad elevato rischio di rottura.

Un intervento chirurgico di alta precisione
L’intervento chirurgico dell’aneurisma cerebrale è effettuato con l’ausilio del microscopio operatorio, che permette al chirurgo di utilizzare un campo operatorio estremamente ristretto e circoscritto. Diminuisce, così, il rischio di recare danni alle strutture cerebrali circostanti. L’intervento consiste nel posizionare una microclip permanente di titanio tangenzialmente all’arteria, in modo tale da escludere e isolare il sacco dell’aneurisma senza interferire con le arterie circostanti. Un intervento di alta precisione reso possibile dalle nuove metodiche diagnostiche che offrono una rappresentazione estremamente accurata e precisa dell’aneurisma e del sistema vascolare circostante. In particolare, vengono utilizzate la TAC spirale con ricostruzione tridimensionale dell’immagine e l’angiorisonanza magnetica, metodica quest’ultima che raggiunge risultati paragonabili a quelli dell’angiografia con il vantaggio di essere completamente non invasiva.

Indicazioni limitate per l’approccio mininvasivo endovascolare
In alternativa all’intervento di microchirurgia, quando è possibile, si può trombizzare l’aneurisma, colmandolo dall’interno con corpi estranei che facilitino la formazione di un trombo e lo escludano dall’arteria. Questo approccio mininvasivo, si pratica introducendo un sottile catetere attraverso l’arteria femorale, pur comportando anch’esso difficoltà elevate, è più agevole di un intervento di microchirurgia e offre il vantaggio di non richiedere, nella maggioranza dei casi, un periodo di terapia intensiva postoperatoria. Ma non sono molti gli aneurismi che per dimensioni e caratteristiche sono embolizzabili. A volte i pazienti, condizionati dall’informazione un po’ superficiale dei mass media, pensano di poter scegliere le nuove metodiche, quando invece ogni singolo caso richiede un trattamento diverso. Il nostro scopo è quello di ottenere i migliori risultati con il sistema meno invasivo possibile fra quelli a disposizione, procedendo sempre con gradualità nel caso di fallimento dell’intervento meno aggressivo. Un aspetto delicato che va spiegato e discusso con il paziente cercando di valutare insieme rischi e benefici per tutelare la sua qualità di vita.

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